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CIA: scatterà domani l'obbligo di indicare sull'etichetta del latte e di tutti i prodotti lattiero caseari realizzati in Italia la provenienza della materia prima

Martedì, 18 aprile 2017

Per i titolari delle 135 aziende lattiero-casearie lucane e per l’intera filiera del latte quella di domani è una data storica: scatterà domani l'obbligo di indicare sull'etichetta del latte e di tutti i prodotti lattiero caseari realizzati in Italia la provenienza della materia prima. Una vera e propria sperimentazione, come ha ricordato il ministero delle Politiche Agricole, con la quale sarà possibile indicare con chiarezza al consumatore la provenienza delle materie prime di molti prodotti come latte UHT, burro, yogurt, mozzarella, formaggi e latticini. Un provvedimento – sottolinea la Cia di Basilicata – fortemente voluto ed atteso da allevatori e maestri caseari che portavano avanti l’antica tradizione della trasformazione del latte.

Le aziende di trasformazione censite dall’Alsia – riferisce la nota - sono distribuite con una maggiore incidenza nel Potentino (90 aziende) rispetto al materano (45), ed organizzate in maniera da presentare all’interno della propria struttura ogni fase della filiera a partire dall’allevamento (46% delle aziende lattiero casearie).

 

L’approvvigionamento avviene generalmente attraverso il ritiro di latte al di fuori dell’azienda. I prodotti lattiero-caseari di punta sono i formaggi freschi a pasta filata, e poi il formaggio stagionato, come il caciocavallo, il canestrato e il pecorino.

Le aziende che concorrono alla produzione dei formaggi tutelati aderiscono anche ai corrispondenti Consorzi di tutela (Consorzio di Tutela del Pecorino di Filiano DOP, Consorzio di tutela del Canestrato di Moliterno IGP e Consorzio di Tutela del Caciocavallo Silano DOP) costituiti per difendere e tutelare la produzione e il commercio del formaggio e l’uso della sua denominazione nel rispetto ed osservanza del disciplinare di produzione della DOP, nonché per promuovere ogni utile iniziativa intesa a salvaguardare la tipicità, la genuinità e le caratteristiche peculiari del prodotto, oltre a diffonderne il consumo, agevolarne il commercio e l’esportazione.

Con l’obbligo dell’etichetta – sottolinea la Cia – si supera però solo uno degli elementi di fragilità della filiera segnata da forti criticità, di cui la più forte è sicuramente la remunerazione, penalizzata in particolare dalla tipologia di conferimento, laddove i produttori, mancanti di laboratori di lavorazione e trasformazione propri, sono vincolati ai caseifici locali tramite accordi commerciali diversi e meno vantaggiosi di quelli previsti dalle grandi aziende del latte. Se a ciò si aggiunge il costante aumento dei costi dei mezzi di produzione, in primis del gasolio, il cui costo al litro ha subìto un aumento notevole negli ultimi anni, l’aumento dei mangimi, dei fertilizzanti e perfino il costo consortile dell’acqua, si configura un quadro non roseo per il sistema d’allevamento zootecnico lucano.

Discorso diverso, invece, per gli allevatori organizzati in sistemi di conferimento di respiro nazionale, come quelli individuati nell’area di Bella-Baragiano, che conferiscono alla cooperativa Granlatte facente capo a Granarolo la cui struttura, oltre a garantire un presidio dell’intera filiera produttiva insieme ai produttori, favorisce una programmazione mirata e fortemente orientata alla qualità, che si traduce per le aziende conferenti in una migliore e più sicura remunerazione.

Un altro aspetto che incide negativamente su questo tipo di produzioni è rappresentato dallo scarso grado di infrastrutturazione (viabilità interpoderale, elettricità e gas) che ancora caratterizza molte delle zone rurali più interne limitando la competitività degli agricoltori lucani.

La produzione del latte in Basilicata presenta dunque ancora diversi aspetti di debolezza, sia al livello primario che negli altri due segmenti della filiera. Per ora – dice la Cia – guardiamo il bicchiere mezzo pieno: un argine all'inganno del falso Made in Italy con tre confezioni di latte a lunga conservazione su quattro vendute in Italia che sono stranieri, così come la metà delle mozzarelle sono fatte con latte o addirittura cagliate provenienti dall'estero; prima dell’obbligo di etichetta si sono vendute persino “mozzarelle blù”.

 
CIA: CAMPAGNE MEDIATICHE ANIMALISTE DANNEGGIANO SETTORE OVICAPRINO

Giovedì, 14 aprile 2017

Con un patrimonio ovicaprino regionale (in base ai dati ISTAT del 2010), di 321.809 capi con una prevalenza degli ovini (263.007 capi) rispetto ai caprini (58.802 capi), che segnano entrambi una variazione percentuale negli ultimi cinque anni di segno negativo ( meno 25,79% per gli ovini e meno 58,08% per i caprini) è necessario destagionalizzarne il consumo per rilanciare un comparto della zootecnia che soffre una crisi dovuta a cause diverse. E’ quanto sostiene la Cia Basilicata ricordando che gli agnelli allevati e venduti in regione (oltre 4 mila allevamenti per gli ovini e 1.800 per i caprini con un numero medio di capi pari a 71 per gli ovini e a 33 per i caprini) nel corso dell’anno, il 40% avviene in prossimità del periodo pasquale; un altro 30% in occasione del Natale e solo il restante 30% nel resto dell’anno. Troppo poco il periodo in cui si consuma la carne di agnello – secondo la Cia -; un settore che paga la crisi dei consumi, ma anche le abitudini alimentari del consumatore-medio che acquista agnello solo a Pasqua e a Natale, oltre alle scriteriate campagne mediatiche di matrice animalista. Di qui l’appello della Cia e dell’Agia (Associazione Giovani Imprenditori Agricoli) ad evitare campagne ideologiche, soprattutto in questo periodo, che invitano i consumatori a non mangiare carne di agnello. Giocando sulla pelle e sull’economia – dice Gabriele Avigliano, giovane allevatore di Vaglio e componente Giunta Nazionale Agia-Cia - di migliaia di aziende zootecniche che sono già alle prese con una crisi di mercato e di consumi e di costi di produzione crescenti  che dura da ormai troppi anni. Speculare sulla pelle degli agricoltori, utilizzando il musetto di un agnello non credo sia un gesto "politicamente" corretto. La carne – aggiunge - rimane una proteina fondamentale per la salute e il benessere umano. Oltre a impegnare nel nostro Paese un gran numero di lavoratori in 200 mila allevamenti, generando una ricchezza pari a più di 16 miliardi di euro e contribuendo alla tenuta di vasti territori assieme al tessuto socio-economico connesso. E ancora è bene ricordare che i nostri allevatori rispettano normative rigide per quanto riguarda il benessere animale, sinonimo anche di qualità e sicurezza alimentare, piuttosto il nostro appello è di cercare soprattutto prodotti certificati che garantiscono il consumatore sull’origine e quindi sull’identificazione e rintracciabilità come nel caso dell’agnello delle Dolomiti Lucane. Oppure rivolgersi ad Aziende o piccole macellerie di fiducia. Bene anche la legge regionale per la piccola macellazione aziendale, fortemente sostenuta da CIA in Basilicata, importante per il rilancio di una carne tradizionale e tipica di questo territorio e per i nostri allevatori. Quanto ai prezzi non sembrano essere remunerativi per gli allevatori lucani: 3,20 euro al kg (peso morto) è il prezzo medio, che per un agnello di 11 kg sono 35 euro: siamo al limite – sottolinea la Cia –, un prezzo minimo dovrebbe essere di 5 euro al kg, per far sì che l’allevamento sia remunerativo. Prezzi in continua discesa, visto che a Pasqua 2013, solo 3 anni fa, 1 kg di agnello veniva venduto dai 3,80 ai 4,40 €/kg. Ad aggravare la sofferenza del settore, anche le importazioni provenienti dall’Est Europa, in primis dalla Romania, da dove arriva il 35% degli agnelli che si consumano da noi, a prezzi stracciati (sotto i 3 euro al kg) che provocano un livellamento delle quotazioni di mercato.

 
Grano ucraino e canadese in Italia, nuovo duro colpo alla cerealicoltura lucana

Martedì, 11 aprile 2017

L'allarme della Confederazione italiana agricoltori

L’arrivo al porto di Bari di navi in particolare dall’Ucraina e dal Canada con grossi quantitativi di grano estero è un ulteriore duro colpo per la nostra cerealicoltura. A sottolinearlo è Leonardo Moscaritolo responsabile nazionale del GIE-CIA (Gruppo Interesse Economico) cerealicolo e dirigente regionale della Cia. “Parlare di crisi – aggiunge – è un eufemismo. I nostri produttori cerealicoli con la campagna 2016 non sono riusciti nemmeno a pagare i contributi Inp. Ci vorrebbero 40 ha di coltivazione con una media di 100 euro ad ettaro di guadagno per pagarli. Le condizioni imposte dal sistema industriale/commerciale, sono assolutamente insostenibili, in quanto ritirano il grano a 16-17 euro/quintale, a un prezzo cioè decisamente al di sotto dei costi sostenuti per la produzione. Gli agricoltori sono così "costretti a competere con l’immissione nel mercato di frumento proveniente dall’estero, chissà come e da chi prodotto - denuncia la Cia - mentre in Italia si registra oltremodo una produzione straordinaria di 9 milioni di tonnellate di frumento a fronte di una media annua di 7 milioni di tonnellate (+ 29%). L’effetto determinato è lo svuotamento delle scorte in condizioni che gli esperti chiamano di dumping (importazione di merci a prezzi molto più bassi di quelli praticati sul mercato interno, oppure addirittura come avviene sotto costo, da parte di trust già padroni del mercato interno). “Altro che difesa del “made in Italy” o di “brand Italia” per l’agro-alimentare, qui – dice Moscaritolo – siamo di fronte all’ennesimo e gravissimo caso di attacco ad un prodotto simbolo. La pasta italiana e con essa la cottura perfetta, vanto della pastasciutta all'italiana, tra qualche anno sarà solo un bel ricordo se i pastifici continueranno a lavorare grano estero”.  La Cia – che ha lanciato lo scorso autunno lo “sciopero della semina” come mobilitazione dei cerealicoltori - riferisce che già da qualche anno cresce la tendenza di imprenditori agricoli a non seminare, una scelta che dipende dalle quotazioni basse del grano e dal fattore costi, soprattutto visto che oggi i prezzi di mercato, caratterizzati da una crescente volatilità, non riescono a compensare gli oneri da fronteggiare. I costi produttivi in costante aumento (più 4,4 per cento all’inizio dell’anno, di cui più 6,4 per cento solo per i carburanti) - si evidenzia - hanno portato gli imprenditori del settore al netto rialzo (pari al più 19,1 per cento) dei terreni lasciati a riposo. Tanto più nell’ambito dei cereali, dove -nonostante gli aumenti di listino- il prezzo di grano duro e grano tenero pagato agli agricoltori italiani resta tutt'ora tra i più bassi del mondo.  Il direttore regionale Donato Distefano rilancia un progetto strutturato per il frumento lucano di qualità certificata, spiegando che in Basilicata sono circa 10mila le aziende cerealicole. Alcune idee del progetto: un sistema di quotazioni legato ai parametri qualitativi analitici; differenziare la qualità e classificarla analiticamente oltre ai classici parametri (peso specifico, proteine, glutine, colorazione; certificare e tracciare le produzioni; una campagna promozionale e formativa per le qualità elevate certificate; chiudere la filiera con industria pastaia e della panificazione; una normativa di riferimento per la contrattualizzazione delle varie fasi della filiera; azione formativa ed informativa verso i consumatori. Per la pasta e il pane, che in Basilicata hanno caratteristiche fondamentali per la dieta mediterranea di cui siamo i primi sostenitori -ha detto Distefano- il rischio è di utilizzare grano estero di qualità decisamente inferiore.  Per la Cia “il settore necessita di una diversa organizzazione di filiera, attraverso il sostegno della qualità, della ricerca applicata al settore agroalimentare, tutti elementi che possono aumentare il potere contrattuale della produzione rispetto alle industrie di trasformazione”. “Senza provvedimenti, per rientrare almeno dei costi di produzione, gli agricoltori saranno costretti a investire meno e quindi a realizzare un prodotto meno qualitativo. Se questo dovesse accadere, a perderne sarebbe tutto il sistema agricolo italiano”.

 
MUSEO PASTORIZIA A CASTELSARACENO: CIA, IMPORTANTE STRUMENTO PER RILANCIO COMPARTO AGRO-PASTORALE

Giovedì, 6 aprile 2017

Il Museo della Pastorizia che sarà inaugurato sabato prossimo a Castelsaraceno è un’iniziativa particolarmente significativa perché stimola l'interesse sulle problematiche del comparto agro-pastorale, considerato a torto un’arretratezza del sistema agricolo, contribuisce a valorizzare i prodotti in base alla loro genuinità, tipicità e provenienza, a guidare le nuove generazioni all'approccio con la cultura e le tradizioni contadine attraverso spaccati di vita reale, in via di graduale scomparsa e a sensibilizzare i giovani sulle tematiche ambientali e naturalistiche, legando a queste il ruolo multifunzionale dell'agricoltore. E’ quanto sostiene la Cia dell’area del Potentino.

Al museo – è scritto nella nota – va abbinato un progetto organico per la valorizzazione del patrimonio zootecnico dell’area Pollino-Mercure-Lagonegrese e dei prodotti lattiero-caseari tipici di quest’area con l’obiettivo di creare le condizioni ideali per la valorizzazione del prodotto, attraverso un percorso fatto di regole e comportamenti a cui il produttore dovrà sottostare al fine di avere un prodotto qualificato, marchiato, etichettato e riconosciuto. Si tratta di un progetto ambizioso di qualificazione del prodotto, attualmente anonimo e non classificabile perché senza regole, che contribuirà notevolmente all'affermazione sul mercato di un prodotto valido e competitivo con un marchio specifico di tipicità e tracciabilità che sicuramente apporterà reddito e benefici: lo slogan sarà la selezione per la valorizzazione.

Inoltre, le greggi nel comprensorio Pollino-Mercure-Lagonegrese – aggiunge la Cia – vanno salvaguardate dai predatori “naturali” come i lupi e i cinghiali e del commercio all’ingrosso che strappa prezzi stracciati per i nostri allevatori o in questi giorni che precedono la Pasqua importano agnelli e capretti dall’estero “spacciandoli” per carni nostrane. Altro punto che come Cia vogliamo chiarire è che i pastori non vogliono indennizzi al contrario vogliono lavorare, allevare le pecore senza temere i predatori, dormire senza il timore di essere svegliati dal pianto delle pecore sgozzate. Nessun indennizzo potrà mai risarcire l’umiliazione che si prova quando ci si sente abbandonati dalle istituzioni.

Anche la nostra idea di moderna pastorizia – sottolinea la nota – rientra nel progetto del "Network dei Valori” con "Reti d'impresa territoriali" capaci di mettere in trasparenza l'intero processo di filiera che porta i prodotti agricoli e alimentari locali dalla stalla al consumatore che abbiamo definito nell’Assemblea regionale prima e nella Conferenza Economica di Bologna successivamente.

Non possiamo più tollerare che per pagare un caffè al bar l'allevatore di Castelsaraceno dovrebbe mettere sul bancone oltre 2 litri di latte . La proposta della Cia è semplice e chiara: bisogna creare accordi sinergici ben codificati tra l'agricoltura, l'artigianato, il commercio, la logistica, gli enti locali per costruire un percorso virtuoso intorno alle produzioni agroalimentari. Una sorta di patto per dare vita a "Reti d'impresa territoriali" con un codice di tracciabilità "ad hoc", da apporre sul packaging dei cibi, a certificazione e garanzia del processo avvenuto all'interno di un accordo di "Network".

 

 
26 marzo 2017 Museo Ridola Matera: Agriturismi Nessuno è più sostenibile di noi.

Lunedì, 27 marzo 2017

In occasione dell’XI giornata nazionale dell’agriturismo, si è svolto al museo Ridola di Matera una interessante tavola rotonda sul ruolo degli agriturismi nell’integrità e sviluppo del territorio.

Il presidente della Cia - agricoltori italiani della Basilicata, Nicola Serio, nel suo saluto di ringraziamento alla città di Matera per la sua ospitalità, ha voluto sottolineare la necessità degli agriturismi lucani di fare rete, organizzarsi ad accogliere le comitive e soprattutto i nuovi turisti orientali.

Lo spazio rurale – dice il direttore regionale Cia Basilicata Donato Di Stefano – è il luogo intorno al quale dobbiamo costruire qualcosa di importante nella nostra regione. Sono 165 gli operatori agrituristici in Basilicata, che racchiudono all’interno della propria azienda una perfetta integrazione di tantissime attività. Bene il testo unico sulla legge regionale dell’agriturismo, ma spera che ci sia ancora la possibilità di integrarlo rafforzando le misure sulla formazione, visto le tante competenze necessarie, e una qualche premialità per quelle aziende che si riforniscono di materie prime esclusivamente da aziende agricole regionali.

Giulio Sparascio, nella sua relazione come presidente nazionale di Turismo Verde, ha provato a spiegare il perché del titolo, forse un po’ audace, di “Nessuno è più sostenibile di noi”: noi operatori agrituristici in questi trent’anni di attività siamo riusciti ad animare i territori e riproporre i valori della ruralità. Abbiamo prodotto relazioni, la comunità si è accorta del nostro lavoro e ci sostiene; siamo l’identità di questi magnifici luoghi e le nuove generazioni guardano con molto interesse a questo tipo di agricoltura.

La dott.ssa Francesca Sogliani – Direttrice della scuola di specializzazione in beni archeologici dell’università degli studi della Basilicata – ci ha ricordato come il paesaggio è stato scelto dall’uomo per creare i suoi insediamenti, il paesaggio è la stratificazione delle caratteristiche naturali, culturali, sociali di un luogo. Sarebbe molto felice di realizzare insieme a noi un progetto pilota con il coinvolgimento dei suoi allievi e trovare un modo nuovo di presidiare e gestire le aree rurali: facciamo uno studio di come il paesaggio agreste si è evoluto nel tempo e dove possibile come recuperarlo. Rendiamo fruibili alla popolazione anche i beni archeologici minori, il timore di intaccarli può essere facilmente superato con una corretta sinergia tra le parti dove gli agricoltori possono svolgere un ruolo molto importante.

Le conclusione dell’Assessore Agricoltura Luca Braida hanno voluto rimarcare che l’agricoltore deve essere il nostro focus, dobbiamo lavorare tutti insieme per far si che il notevole afflusso dei turisti che tutti i giorni si riversa a Matera (e le rosee previsioni per Matera 2019 capitale europea della cultura) possa essere dislocato anche negli altri comuni vicini a Matera e nelle aree rurali con i suoi agriturismi.

 
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