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CIA: DA BRUXELLES UN MESSAGGIO PER “PIU’ EUROPA DEI POPOLI”

Venerdì, 28 aprile 2017

Il Metapontino è una delle “porte naturali” di collegamento tra Europa e Bacino del Mediterraneo ed è l’area agricola che in Basilicata ha più bisogno di manodopera. Per questo insieme a politiche di inclusione degli immigrati diventa strategico creare intorno al porto di Taranto un sistema logistico basato su una rete di infrastrutture specializzate; tra queste una piattaforma da realizzare a Ferrandina dedicata all’agroalimentare al fine di valorizzare le risorse e le potenzialità delle due regioni Puglia e Basilicata verso i mercati del Medio Oriente. Lo sostiene Nicola Serio, presidente regionale vicario della Cia lucana, che ha partecipato oggi a Bruxelles alla tavola rotonda sulle proposte Cia per l'Europa dei Popoli lanciate all'VIII Conferenza Economica.

L'iniziativa che si è svolta al Parlamento Ue per ricordare Giuseppe Avolio, lo storico presidente della Confederazione e il suo apporto alle politiche europee e mediterranee di settore, è stata l’occasione per aggiornare le problematiche del rapporto agricoltura lucana-meridionale con l’Europa secondo la parola d’ordine lanciata dal presidente nazionale della Cia Dino Scanavino : "Più Europa dei Popoli, ora è il tempo della responsabilità". Per tanti agricoltori lucani e meridionali l’Ue – aggiunge Serio – è vista come un “nemico”, solo perché negli organismi dell’Ue hanno più peso le lobby agricole del nord-europa. E’ un problema di rappresentanza che va affrontato adeguatamente.

Un'Europa unita e un Mediterraneo coeso e integrato anche grazie all'agricoltura. Giuseppe Avolio, storico presidente della Confederazione, ne era convinto già 25 anni fa ma il suo pensiero oggi risuona ancora più attuale. Perché, in una fase difficile come quella che sta attraversando l'Unione, tra Brexit e correnti anti-euro, c'è bisogno di un nuovo sogno europeo al cui interno il settore primario rappresenti un elemento di coesione e di crescita. Un'occasione per guardare al passato e creare le basi per un futuro stabile e solido, commemorando Avolio che, prima da parlamentare e poi da presidente della Cic (divenuta poi Cia), si è impegnato con forza per la costruzione di un'Europa unita e democratica, che "può veramente costituire una cerniera di relazioni commerciali più regolari e meno distorsive -affermava nel 1988- e concorrere a creare le condizioni necessarie di un nuovo ordine tra gli Stati e tra i popoli della terra".

L'agricoltura e il cibo – sottolinea Nicola Serio - hanno assunto un ruolo chiave; è economicamente più vantaggioso per tutti sviluppare e mantenere buone relazioni tra gli Stati dell'area mediterranea che mettere in piedi barriere di protezione che potranno sempre essere scavalcate -era l'idea di Avolio, com'è stato ricordato durante l'iniziativa-. Sulla via della collaborazione si potrà camminare più speditamente, utilizzando l'agricoltura come punto d'appoggio per altre, più globali, intese".

Proprio questo pensiero, la necessità di creare le condizioni di una progressiva integrazione, limitando gli approcci nazionalistici, contrattando consensualmente gli spazi di mercato, è quello che serve oggi per rilanciare il progetto europeo e le politiche per il Mediterraneo. Anche rispetto ai flussi migratori. Non va sottovalutato – evidenzia il dirigente regionale della Cia lucana – che delle 10197 assunzioni di lavoratori immigrati in Basilicata, il 56,4% si registra in agricoltura. Oggi un’azienda agricola italiana su tre conta almeno un lavoratore nato altrove, in molti casi (25 mila unità) è anche l’amministratore dell’impresa. In un contesto caratterizzato da un fermo nel ricambio generazionale nei campi (sotto il 7%) e con i titolari d’azienda italiani con un età media superiore ai 60 anni, c’è il rischio concreto di un dimezzamento degli addetti nel settore, entro i prossimi 10 anni. Un pericolo che -secondo la Cia- può essere scongiurato anche con l’ingresso di stranieri in agricoltura.

 
CIA: PREOCCUPAZIONI PER CAMPAGNA POMODORO 2017

Mercoledì, 26 aprile 2017

Come per la fragola del Metapontino che risente di una quotazione di mercato bassa anche per il pomodoro da industria le avvisaglie del confronto sul prezzo con le imprese di trasformazione non promettono nulla di buono. Lo evidenzia la Cia lucana riferendo che l’Anicav, l’associazione degli industriali per il pomodoro del centro-sud vorrebbe imporre un prezzo ancora più basso della campagna 2016 che pure ha registrato quotazioni al di sotto dei costi aziendali. Dunque in vista della campagna alle porte, rimane tra le principali preoccupazioni la remuneratività per i produttori che hanno difficoltà a coprire i costi di produzione. La tempistica nel raggiungimento dell’accordo quadro, specialmente al Centro-Sud e nella definizione dei contratti con le industrie desta allarme perché gli agricoltori si trovano ad operare in un contesto di forte incertezza.

La Confederazione fa un po’ di conti: coltivare un ettaro di terreno a pomodori, e portare a compimento il ciclo di coltivazione con la raccolta, costa non meno di 9mila euro a un’azienda agricola. «Questo fa capire – affermano dalle sedi della Cia Alto Bradano, l’area più interessata dalla coltivazione - che oltre un certo limite non si può andare: il prezzo corrisposto ai produttori deve essere remunerativo, altrimenti tutta la filiera diventa insostenibile sia per gli agricoltori che per i lavoratori. Dobbiamo lavorare tutti insieme affinché il pomodoro, come gli altri prodotti di pregio della nostra agricoltura, siano il motore di uno sviluppo economico giusto e sostenibile, che premi il duro lavoro di produttori e lavoratori. Gli agricoltori vanno sostenuti, perché schiacciando loro si schiaccia e si mortifica ogni speranza di rilanciare questo territorio attraverso la sua vocazione più autentica e con maggiore potenziale». L’obiettivo comune è quello di superare le divergenze tra i molteplici attori della filiera agricola meridionale e giungere ad un obiettivo univoco, quello di percorrere una strada comune di sviluppo, superando le barriere geografiche e creando un sistema di rete tra tutte le rappresentanze territoriali del Sud. Bisogna, tuttavia, creare le condizioni favorevoli -continua la nota - affinché le sinergie di filiera si concretizzino in accordi stabili tra produzione ed industria ed accrescendo l’iniziativa sul fronte delle polizze assicurative e del fondo mutualistico da applicare quando i prezzi sono troppo bassi. Ecco perché la Confederazione ritiene che per il Mezzogiorno il Distretto sia il giusto contenitore di questi rapporti economici di filiera.

Il rischio da scongiurare è che dopo l’intesa raggiunta ad inizio marzo per il bacino Nord Italia, l’Italia del pomodoro si “spezzi in due”. «Abbiamo davanti un lavoro faticoso che richiede impegno affinché gli strumenti a disposizione del comparto siano davvero efficienti – sottolinea la Cia. Le scelte nazionali per la nuova PAC sui pagamenti diretti, sostegno accoppiato, hanno messo a disposizione per il 2015 un plafond di € 11.288.599 su di una superficie totale di 68.441,36 che si è tradotto in un importo unitario di € 164,94 ad ettaro, ma non è questo che può cambiare le prospettive della coltura. L’obiettivo finale è e rimane sempre quello del mercato. Il tema centrale è la costruzione di un complesso agricolo-industriale, che attraverso una attività organizzativa, tecnica ed economica, realizzato sul piano della collaborazione e non della competizione, riesca a far recuperare valore aggiunto al comparto, considerato che la sfida del mercato non si gioca solo sul prezzo della materia prima».

“Il pomodoro – sottolinea Dino Scanavino, presidente Cia nazionale – è un prodotto nazionale, presente al Centro Nord come al Sud. Ha un’incidenza notevole nelle scelte colturali che diventano legate alle rotazioni col pomodoro, ha una Pac ancora importante e se si rompe l’equilibrio di questo mercato diventa un problema anche per altre produzioni. Abbiamo bisogno che il sistema al Sud come al Nord faccia forza e ripartisca in modo equo il valore della produzione. È un prodotto a cui bisogna fare grande attenzione”.

 

 
CIA: scatterà domani l'obbligo di indicare sull'etichetta del latte e di tutti i prodotti lattiero caseari realizzati in Italia la provenienza della materia prima

Martedì, 18 aprile 2017

Per i titolari delle 135 aziende lattiero-casearie lucane e per l’intera filiera del latte quella di domani è una data storica: scatterà domani l'obbligo di indicare sull'etichetta del latte e di tutti i prodotti lattiero caseari realizzati in Italia la provenienza della materia prima. Una vera e propria sperimentazione, come ha ricordato il ministero delle Politiche Agricole, con la quale sarà possibile indicare con chiarezza al consumatore la provenienza delle materie prime di molti prodotti come latte UHT, burro, yogurt, mozzarella, formaggi e latticini. Un provvedimento – sottolinea la Cia di Basilicata – fortemente voluto ed atteso da allevatori e maestri caseari che portavano avanti l’antica tradizione della trasformazione del latte.

Le aziende di trasformazione censite dall’Alsia – riferisce la nota - sono distribuite con una maggiore incidenza nel Potentino (90 aziende) rispetto al materano (45), ed organizzate in maniera da presentare all’interno della propria struttura ogni fase della filiera a partire dall’allevamento (46% delle aziende lattiero casearie).

 

L’approvvigionamento avviene generalmente attraverso il ritiro di latte al di fuori dell’azienda. I prodotti lattiero-caseari di punta sono i formaggi freschi a pasta filata, e poi il formaggio stagionato, come il caciocavallo, il canestrato e il pecorino.

Le aziende che concorrono alla produzione dei formaggi tutelati aderiscono anche ai corrispondenti Consorzi di tutela (Consorzio di Tutela del Pecorino di Filiano DOP, Consorzio di tutela del Canestrato di Moliterno IGP e Consorzio di Tutela del Caciocavallo Silano DOP) costituiti per difendere e tutelare la produzione e il commercio del formaggio e l’uso della sua denominazione nel rispetto ed osservanza del disciplinare di produzione della DOP, nonché per promuovere ogni utile iniziativa intesa a salvaguardare la tipicità, la genuinità e le caratteristiche peculiari del prodotto, oltre a diffonderne il consumo, agevolarne il commercio e l’esportazione.

Con l’obbligo dell’etichetta – sottolinea la Cia – si supera però solo uno degli elementi di fragilità della filiera segnata da forti criticità, di cui la più forte è sicuramente la remunerazione, penalizzata in particolare dalla tipologia di conferimento, laddove i produttori, mancanti di laboratori di lavorazione e trasformazione propri, sono vincolati ai caseifici locali tramite accordi commerciali diversi e meno vantaggiosi di quelli previsti dalle grandi aziende del latte. Se a ciò si aggiunge il costante aumento dei costi dei mezzi di produzione, in primis del gasolio, il cui costo al litro ha subìto un aumento notevole negli ultimi anni, l’aumento dei mangimi, dei fertilizzanti e perfino il costo consortile dell’acqua, si configura un quadro non roseo per il sistema d’allevamento zootecnico lucano.

Discorso diverso, invece, per gli allevatori organizzati in sistemi di conferimento di respiro nazionale, come quelli individuati nell’area di Bella-Baragiano, che conferiscono alla cooperativa Granlatte facente capo a Granarolo la cui struttura, oltre a garantire un presidio dell’intera filiera produttiva insieme ai produttori, favorisce una programmazione mirata e fortemente orientata alla qualità, che si traduce per le aziende conferenti in una migliore e più sicura remunerazione.

Un altro aspetto che incide negativamente su questo tipo di produzioni è rappresentato dallo scarso grado di infrastrutturazione (viabilità interpoderale, elettricità e gas) che ancora caratterizza molte delle zone rurali più interne limitando la competitività degli agricoltori lucani.

La produzione del latte in Basilicata presenta dunque ancora diversi aspetti di debolezza, sia al livello primario che negli altri due segmenti della filiera. Per ora – dice la Cia – guardiamo il bicchiere mezzo pieno: un argine all'inganno del falso Made in Italy con tre confezioni di latte a lunga conservazione su quattro vendute in Italia che sono stranieri, così come la metà delle mozzarelle sono fatte con latte o addirittura cagliate provenienti dall'estero; prima dell’obbligo di etichetta si sono vendute persino “mozzarelle blù”.

 
CIA: CAMPAGNE MEDIATICHE ANIMALISTE DANNEGGIANO SETTORE OVICAPRINO

Giovedì, 14 aprile 2017

Con un patrimonio ovicaprino regionale (in base ai dati ISTAT del 2010), di 321.809 capi con una prevalenza degli ovini (263.007 capi) rispetto ai caprini (58.802 capi), che segnano entrambi una variazione percentuale negli ultimi cinque anni di segno negativo ( meno 25,79% per gli ovini e meno 58,08% per i caprini) è necessario destagionalizzarne il consumo per rilanciare un comparto della zootecnia che soffre una crisi dovuta a cause diverse. E’ quanto sostiene la Cia Basilicata ricordando che gli agnelli allevati e venduti in regione (oltre 4 mila allevamenti per gli ovini e 1.800 per i caprini con un numero medio di capi pari a 71 per gli ovini e a 33 per i caprini) nel corso dell’anno, il 40% avviene in prossimità del periodo pasquale; un altro 30% in occasione del Natale e solo il restante 30% nel resto dell’anno. Troppo poco il periodo in cui si consuma la carne di agnello – secondo la Cia -; un settore che paga la crisi dei consumi, ma anche le abitudini alimentari del consumatore-medio che acquista agnello solo a Pasqua e a Natale, oltre alle scriteriate campagne mediatiche di matrice animalista. Di qui l’appello della Cia e dell’Agia (Associazione Giovani Imprenditori Agricoli) ad evitare campagne ideologiche, soprattutto in questo periodo, che invitano i consumatori a non mangiare carne di agnello. Giocando sulla pelle e sull’economia – dice Gabriele Avigliano, giovane allevatore di Vaglio e componente Giunta Nazionale Agia-Cia - di migliaia di aziende zootecniche che sono già alle prese con una crisi di mercato e di consumi e di costi di produzione crescenti  che dura da ormai troppi anni. Speculare sulla pelle degli agricoltori, utilizzando il musetto di un agnello non credo sia un gesto "politicamente" corretto. La carne – aggiunge - rimane una proteina fondamentale per la salute e il benessere umano. Oltre a impegnare nel nostro Paese un gran numero di lavoratori in 200 mila allevamenti, generando una ricchezza pari a più di 16 miliardi di euro e contribuendo alla tenuta di vasti territori assieme al tessuto socio-economico connesso. E ancora è bene ricordare che i nostri allevatori rispettano normative rigide per quanto riguarda il benessere animale, sinonimo anche di qualità e sicurezza alimentare, piuttosto il nostro appello è di cercare soprattutto prodotti certificati che garantiscono il consumatore sull’origine e quindi sull’identificazione e rintracciabilità come nel caso dell’agnello delle Dolomiti Lucane. Oppure rivolgersi ad Aziende o piccole macellerie di fiducia. Bene anche la legge regionale per la piccola macellazione aziendale, fortemente sostenuta da CIA in Basilicata, importante per il rilancio di una carne tradizionale e tipica di questo territorio e per i nostri allevatori. Quanto ai prezzi non sembrano essere remunerativi per gli allevatori lucani: 3,20 euro al kg (peso morto) è il prezzo medio, che per un agnello di 11 kg sono 35 euro: siamo al limite – sottolinea la Cia –, un prezzo minimo dovrebbe essere di 5 euro al kg, per far sì che l’allevamento sia remunerativo. Prezzi in continua discesa, visto che a Pasqua 2013, solo 3 anni fa, 1 kg di agnello veniva venduto dai 3,80 ai 4,40 €/kg. Ad aggravare la sofferenza del settore, anche le importazioni provenienti dall’Est Europa, in primis dalla Romania, da dove arriva il 35% degli agnelli che si consumano da noi, a prezzi stracciati (sotto i 3 euro al kg) che provocano un livellamento delle quotazioni di mercato.

 
Grano ucraino e canadese in Italia, nuovo duro colpo alla cerealicoltura lucana

Martedì, 11 aprile 2017

L'allarme della Confederazione italiana agricoltori

L’arrivo al porto di Bari di navi in particolare dall’Ucraina e dal Canada con grossi quantitativi di grano estero è un ulteriore duro colpo per la nostra cerealicoltura. A sottolinearlo è Leonardo Moscaritolo responsabile nazionale del GIE-CIA (Gruppo Interesse Economico) cerealicolo e dirigente regionale della Cia. “Parlare di crisi – aggiunge – è un eufemismo. I nostri produttori cerealicoli con la campagna 2016 non sono riusciti nemmeno a pagare i contributi Inp. Ci vorrebbero 40 ha di coltivazione con una media di 100 euro ad ettaro di guadagno per pagarli. Le condizioni imposte dal sistema industriale/commerciale, sono assolutamente insostenibili, in quanto ritirano il grano a 16-17 euro/quintale, a un prezzo cioè decisamente al di sotto dei costi sostenuti per la produzione. Gli agricoltori sono così "costretti a competere con l’immissione nel mercato di frumento proveniente dall’estero, chissà come e da chi prodotto - denuncia la Cia - mentre in Italia si registra oltremodo una produzione straordinaria di 9 milioni di tonnellate di frumento a fronte di una media annua di 7 milioni di tonnellate (+ 29%). L’effetto determinato è lo svuotamento delle scorte in condizioni che gli esperti chiamano di dumping (importazione di merci a prezzi molto più bassi di quelli praticati sul mercato interno, oppure addirittura come avviene sotto costo, da parte di trust già padroni del mercato interno). “Altro che difesa del “made in Italy” o di “brand Italia” per l’agro-alimentare, qui – dice Moscaritolo – siamo di fronte all’ennesimo e gravissimo caso di attacco ad un prodotto simbolo. La pasta italiana e con essa la cottura perfetta, vanto della pastasciutta all'italiana, tra qualche anno sarà solo un bel ricordo se i pastifici continueranno a lavorare grano estero”.  La Cia – che ha lanciato lo scorso autunno lo “sciopero della semina” come mobilitazione dei cerealicoltori - riferisce che già da qualche anno cresce la tendenza di imprenditori agricoli a non seminare, una scelta che dipende dalle quotazioni basse del grano e dal fattore costi, soprattutto visto che oggi i prezzi di mercato, caratterizzati da una crescente volatilità, non riescono a compensare gli oneri da fronteggiare. I costi produttivi in costante aumento (più 4,4 per cento all’inizio dell’anno, di cui più 6,4 per cento solo per i carburanti) - si evidenzia - hanno portato gli imprenditori del settore al netto rialzo (pari al più 19,1 per cento) dei terreni lasciati a riposo. Tanto più nell’ambito dei cereali, dove -nonostante gli aumenti di listino- il prezzo di grano duro e grano tenero pagato agli agricoltori italiani resta tutt'ora tra i più bassi del mondo.  Il direttore regionale Donato Distefano rilancia un progetto strutturato per il frumento lucano di qualità certificata, spiegando che in Basilicata sono circa 10mila le aziende cerealicole. Alcune idee del progetto: un sistema di quotazioni legato ai parametri qualitativi analitici; differenziare la qualità e classificarla analiticamente oltre ai classici parametri (peso specifico, proteine, glutine, colorazione; certificare e tracciare le produzioni; una campagna promozionale e formativa per le qualità elevate certificate; chiudere la filiera con industria pastaia e della panificazione; una normativa di riferimento per la contrattualizzazione delle varie fasi della filiera; azione formativa ed informativa verso i consumatori. Per la pasta e il pane, che in Basilicata hanno caratteristiche fondamentali per la dieta mediterranea di cui siamo i primi sostenitori -ha detto Distefano- il rischio è di utilizzare grano estero di qualità decisamente inferiore.  Per la Cia “il settore necessita di una diversa organizzazione di filiera, attraverso il sostegno della qualità, della ricerca applicata al settore agroalimentare, tutti elementi che possono aumentare il potere contrattuale della produzione rispetto alle industrie di trasformazione”. “Senza provvedimenti, per rientrare almeno dei costi di produzione, gli agricoltori saranno costretti a investire meno e quindi a realizzare un prodotto meno qualitativo. Se questo dovesse accadere, a perderne sarebbe tutto il sistema agricolo italiano”.

 
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