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L'olivicoltura lucana, tra paesaggio e territorio

Martedì, 5 settembre 2017

 
UVA DA TAVOLA METAPONTINA: CIA, PREZZI BASSI

Questa settimana la “regina” del mercato ortofrutticolo è sicuramente l’uva da tavola ma per i produttori del Metapontino i prezzi spuntati ai mercati all’ingrosso sono anche in questa stagione decisamente bassi. Lo sostiene la Cia del Metapontino riferendo le quotazioni registrate dall’Ismea alla data del 29 agosto scorso sui mercati del Metapontino: la varietà senza semi, che è quella più richiesta, è quotata tra i 60 e i 70 centesimi al kg; la Palieri tra 0,55 e 0,60 centesimi al kg. e l’Apirene tra 0,63 e 0,65 centesimi.

Da un paio di settimane nelle aree produttive pugliesi e lucane hanno avuto inizio le operazioni di raccolta della varietà Italia. I viticoltori stanno accelerando le operazioni preoccupati dal continuo cambiamento delle condizioni meteo; sia pure a macchia di leopardo si sono verificate piogge intense, grandinate e persino bombe d’acqua. La produzione in termini quantitativi soprattutto nell'areale barese a causa delle avverse condizioni climatiche è stimata in calo mentre in termini qualitativi ha presentato uno standard del tutto soddisfacente. La merce immessa sui mercati ha incontrato una discreta richiesta che ha permesso il fluido svolgimento delle vendite sulla base di quotazioni in rialzo su base annua. Una migliore intonazione del mercato è stata registrata per le uve apirene, Palieri e per le ultime quote di Vittoria i cui prezzi rispetto alla precedente settimana hanno mostrato un incremento.

La Basilicata, con oltre 170mila quintali di uva da tavola prodotti ogni anno (l’1,4% della produzione complessiva italiana) , si contende con le Marche lo scettro di terzo polo produttivo dell’uva da tavola in Italia, dopo Puglia e Sicilia. Una produzione molto lontana dal picco dei 230mila quintali raggiunto nel 2012 anche se non subiscono significative variazioni le superfici di coltivazione che si mantengono da anni intorno agli 800 ha, concentrata quasi esclusivamente in provincia di Matera con una superficie in produzione di circa 800 ettari, rispetto a ben altri numeri della superfice viticola da vino (quasi 6mila ettari). La qualità dell’uva da tavola metapontina è considerata “eccellente” al punto da penetrare nei mercati maggiori delle grandi città del centro-nord ed in alcune capitali europee.Simbolo del passaggio dall’estate all’autunno, l’uva annovera diverse proprietà benefiche per la salute e il benessere dell’organismo. Innanzitutto, è ricca di sali minerali, specialmente potassio, e in quantitativi meno rilevanti manganese, rame, fosforo e ferro. Inoltre, non manca di vitamine (A, B1, B2, C e PP), acqua e zuccheri semplici, facilmente assimilabili. Grazie alla sua composizione, svolge una funzione dissetante e purificante ma al tempo stesso nutriente, energetica e rimineralizzante.

Ma non è tutto: l’uva è alleata della salute del sistema venoso contro emorroidi e fragilità capillare ed è indicata in caso di anemia e affaticamento, artrite e vene varicose. Secondo alcune ricerche, poi, ha proprietà antiossidanti e anticancro dovute ad alcune sostanze presente nella buccia. Apprezzata da grandi e bambini, in cucina può essere consumata al naturale, oppure utilizzata per preparare macedonie di frutta fresca e dessert, come torte e biscotti. In ambito cosmetico, invece, l’uva ridotta in puré, applicata sulla pelle di viso e collo, ha un’azione astringente e rivitalizzante.

“Il comparto dell’uva da tavola per tornare a crescere e ottenere più competitività – commenta la Cia - necessita prima di tutto politiche che valorizzino sempre di più l’aggregazione del prodotto perché, solo tramite una maggiore cooperazione e concentrazione nella filiera, ci saranno migliori condizioni e opportunità di affrontare con successo i mercati. Contestualmente, bisogna puntare verso il massimo incremento della capacità di esportazione, che oggi garantisce in media il 25-30 per cento del giro d’affari del settore. Il protagonismo degli agricoltori e il rilancio dell’azione dei Gruppi d’interesse economico sono precondizioni per il progetto, ma esso necessita di competenze, assetti organizzativi, capacita di ‘rimettersi in gioco’. La prima linea di azione è l’organizzazione delle filiere e la regolazione dei mercati, con lo sviluppo di organizzazioni di produttori e reti d’imprese dotate di forti progetti orientati ai mercati nazionali e sempre di più a quelli esteri. Contemporaneamente, occorre il rilancio di organismi interprofessionali in grado di stipulare accordi e contratti quadro tra le diverse componenti della filiera, per una efficace programmazione, per creare valore aggiunto, redistribuirlo equamente, ridurre i costi logistici e di transazione, favorire la trasparenza e la fiducia nel consumatore”.

 
CIA: DOPO CONTRATTO CON IZSPB A TRICARICO DARE IL VIA AL PROGETTO FILIERA CARNE CINGHIALE

Lunedì, 4 settembre 2017

La firma del contratto di affidamento da parte della Regione all’Istituto Zooprofilattico Speciale di Puglia e Basilicata

del servizio di analisi per il controllo della trichinellosi nei cinghiali abbattuti è un buon passo avanti verso la creazione di una filiera del cinghiale, trasformando quello che è un problema gravissimo per i produttori agricoli, a causa dei continui ed ingenti danni alle coltivazioni, in opportunità economica. E’ il commento della Cia del Materano.

Nel ricordare che il sindaco di Tricarico Lina Marchisella, nelle settimane scorse, ha proposto che la Regione coordini una filiera delle carni selvatiche, la Cia candida l’ex salumificio di Tricarico, di proprietà regionale, a svolgere funzioni di macellazione e trasformazione dopo i programmi di sicurezza alimentare a tutela della salute del cittadino introdotti con il contratto.

Dal 2016 sono stati abbattuti in Basilicata – nel periodo di caccia e mediante controllo – 7.300 cinghiali mentre, solo in sei anni, i danni risarciti ammontano a circa 5 milioni di euro ma sono incalcolabili. Numeri così elevati da rendere necessario un vero e proprio “approccio gestionale” al fenomeno, che permetta la limitazione dei danni arrecati all’agricoltura, che valorizzi i notevoli interessi economici che la caccia a questi animali rappresenta e che garantisca il massimo della qualità del prodotto alimentare. Un’impostazione di tipo “commerciale” che, nel rispetto di tutte le norme vigenti e con il coinvolgimento degli Enti locali, trasformi un problema in vera opportunità per il settore alimentare.

Consumata cotta ai ferri o nel sugo della pasta, la carne di cinghiale – sottolinea Paolo Carbone della Cia – è il simbolo di una tradizione culinaria che attrae tanti turisti in varie parti del Paese, specie Umbria e Toscana. Se ne mangia tantissima, eppure quella che troviamo al ristorante raramente è “nostrana”. Accade che i ristoratori, per evitare di prendere un cinghiale locale che non soddisfa i requisiti di tracciabilità e le adeguate garanzie igienico sanitarie, acquistano la carne dalla Grande Distribuzione Organizzata o da grossisti che, solitamente, si riforniscono nei Paesi dell’Est Europa. Sia chiaro: tutti i Paesi dell’UE effettuano gli stessi controlli sulla qualità, dunque la carne è sicura(oltre che buona). Ma altro che “chilometro 0”. Insomma, un circolo vizioso che pur garantendo la qualità di quello che mangiamo, non rappresenta per il territorio una risorsa economica al 100%. E purtroppo quasi tutti i titolari di aziende agrituristiche sono costretti a rinunciare a proporre la carne di cinghiale perché non riescono a garantire i complessi requisiti richiesti dalle normative di ristorazione. Sarebbe invece un modo di valorizzare un prodotto della nostra tradizione di cui i nostri boschi sono ricchi e per Tricarico un’occasione per far tornare in attività il vecchio Salumificio.

 

 
VENDEMMIA 2017: CIA, TRA I 22-25MILA ETTOLITRI DI VINO IN MENO

Venerdì, 25 agosto 2017

Secondo le prime stime diffuse da Assoenologi la vendemmia 2017 in Basilicata dovrebbe produrre tra i 22 e i 25mila ettolitri di vino in meno per effetto, principalmente, del caldo e della siccità. Ad evidenziarlo è la Cia Basilicata.

In Basilicata l’ ISTAT riporta una produzione 2015-2016 stabilizzata tra gli 86-87mila ettolitri, con una crescente esposizione ai vini rossi (da circa l’80% all’83%), una produzione DOC di circa 30mila ettolitri (contro un picco di 40mila del 2012), IGT di 27mila ettolitri (non distante dai picchi del passato di 30mila) e una produzione di vini comuni quasi scomparsa: 29mila ettolitri contro un livello medio degli ultimi 10 anni di oltre 100mila. Una previsione – precisa la Cia – che è in attesa di conferme a partire dalle prossime settimane e che è seguita con una certa apprensione, solo per la quantità e non certo per la qualità del vino che non è in discussione, da parte dei produttori dei sei vini a denominazione riconosciuta (4 doc, 1 docg e una igt) mentre per i vini comuni e venduti sfusi la situazione permane incerta e con bassi margini di remunerazione. Un raffronto: il ricavo medio annuo del vigneto in Basilicata è poco inferiore ai 3mila euro ad ettaro per il dop, di poco superiore ai 3mila euro a ettaro per l’igp e circa 2.400 euro ad ettaro per il vino comune. Siamo molto lontani – commenta la Cia – al valore medio degli oltre 7mila euro/ha del Piemonte, degli 8mila/ha del Friuli ma anche delle 15mila/ha delle Marche e 14.400 euro/ha del Molise. Una caratteristica invece della produzione vinicola lucana – sottolinea ancora la nota – è il peso della produzione cooperativa sul totale regionale pari al 45 per cento che collocala la Basilicata al secondo posto della graduatoria regionale preceduta da Abruzzo (82%). Sono dati fondamentali – rileva la Cia - per determinare le prossime scelte relative al comparto e un punto di vista significativo per capire come e dove si sta muovendo uno dei settori più interessanti dell’agroalimentare made in Italy e comunitario. In particolare la progressione dell’export che per il vino lucano continua ad essere una caratteristica di nicchia, con l’aglianico del Vulture che fa da battistrada sui mercati europei e mondiali, incide positivamente anche sulle quotazioni dei vini nel mercato interno, segno che la catena del valore del vino sta portando risultati positivi su tutti gli anelli della filiera.

La Cia segnala che dopo aver soppresso i voucher e introdotto il contratto di lavoro occasionale, oggi, a ridosso delle imminenti attività di vendemmia, anticipate per via del caldo, anche quello strumento nei fatti è impraticabile. Il ritardato rilascio agli intermediari della piattaforma INPS, le mancate implementazioni della stessa che non tengono conto delle specificità agricole ( comunicazione preventiva nei 3 giorni) , la farraginosità operativa riservata alle associazioni agricole ( devono essere ricaricate tutte le deleghe degli agricoltori ) , prospettano una situazione di impasse che non consentirà né facilmente né velocemente di attivare questo contratto. Né si può pensare che gli agricoltori , in questo momento, abbiano il tempo , ammesso che siano dotati di pin personale, di registrarsi sulla piattaforma e operare da soli.

Si può dire - afferma la CIA - che l'opera di smantellamento dell'unico strumento che poteva dare trasparenza e tracciabilitá alle tipologie di attività occasionali , opera cominciata molto tempo fa , con particolare accanimento verso l'unico settore che registrava il minor utilizzo dei voucher (sotto al 2% del totale) , ora viene di fatto portata a termine nel silenzio generale.

Non bastava il caldo torrido, non bastava la siccità che hanno messo in ginocchio praticamente ormai tutte le produzioni agricole ( dall'olio, al vino, agli ortaggi, ai seminativi, agli allevamenti) , ma ci voleva anche la burocrazia a suggellare un anno con il segno rosso e impedire agli agricoltori di raccogliere quei pochi ma necessari frutti del loro lavoro.

 
Uova al Fipronil : Cia, dalle 330 aziende avicole lucane garanzie al consumatore

Giovedì, 24 agosto 2017

Più che al codice che c’è sulle uova che non guarda quasi mai nessuno, i consumatori devono fare attenzione alla provenienza delle uova. Le 330 aziende di galline da uova per 16.795 capi allevati presenti in Basilicata sono una sicura garanzia. Ad affermarlo è la Cia di Basilicata in merito ai nuovi casi di uova al Fipronil che hanno fatto il giro d’Italia ed allarmano i consumatori. Pochissimi sanno cosa stanno portando a casa dai supermercati e negozi alimentari. I numerini presenti sul guscio delle uova, infatti, restano ancora un codice “misterioso” per la maggior parte. Sul guscio delle uova di gallina c’è un codice che con il primo numero consente di risalire al tipo di allevamento (0 per biologico, 1 all'aperto, 2 a terra, 3 nelle gabbie), la seconda sigla indica lo Stato in cui è stato deposto, seguono le indicazioni relative al codice Istat del comune, alla sigla della provincia e, infine il codice distintivo dell'allevatore. A queste informazioni si aggiungono quelle relative alle differenti categorie ('A' e 'B' a seconda che siano per il consumo umano o per quello industriale) per indicare il livello qualitativo e di freschezza e le diverse classificazioni in base al peso ('XL', 'L', 'M', 'S'). Ma – sottolinea la Cia – per semplificare le informazioni necessarie è sicuramente rilevante verificare l’azienda produttrice ben stampata sulla confezione che mette in vendita sugli scaffali le uova. Analogamente a quanto accaduto per il pollame, anche per il settore delle uova l’evoluzione della produzione dai circa 4 mld del 1958 agli attuali 12,5 miliardi di pezzi, evidenzia l’enorme sviluppo di questo importante comparto economico nel nostro Paese. Passando all’analisi del consumo, basti pensare che cinquant’anni fa ogni italiano mangiava circa 120 uova. Oggi, il consumo pro-capite ha raggiunto le 218 unità, di cui 142 consumate fresche e le restanti sotto forma di pasta, dolci ed altre preparazioni alimentari. L’Italia è autosufficiente per quanto riguarda l’approvvigionamento di uova, che è pari al 94,8%. Il recente adeguamento degli allevamenti di ovaiole alla normativa europea sul benessere delle galline ha influito sulla produzione determinandone una flessione: l’ultimo decennio ha fatto registrare un decremento notevole nel numero di galline ovaiole a vantaggio dell’allevamento del pollo da carne, il cui numero di capi è cresciuto del 42% circa negli ultimi 10 anni. In entrambi i casi, inoltre, si è assistito ad una forte diminuzione nel numero di aziende con il conseguente aumento del numero di capi allevati per singola azienda. La distribuzione territoriale degli allevamenti avicoli mette in luce, un maggior numero di capi e di aziende nella provincia di Potenza, contro il livello di intensità di allevamento superiore nella provincia di Matera in cui il numero di capi allevati per azienda è di 1.024 a fronte dei 762 del territorio potentino. Sta purtroppo scomparendo la tradizionale figura del contadino nei mercati rionali che vende direttamente le uova della sua azienda e perciò è preferibile acquistare in azienda attraverso il progetto Cia-Turismo Verde La Spesa in campagna.

 
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